Intervista a Paolo Ciabatti

Intervista a Paolo Ciabatti

Intervista a Paolo Ciabatti, Direttore Sportivo Ducati Corse, impegnato nei mondiali MotoGP e Superbike.

Per dire chi è Paolo Ciabatti, e per spiegare come interpreta il suo ruolo di Direttore Sportivo Ducati Corse, non inizieremo dal suo impegno nei mondiali MotoGP e Superbike (campionati che comunque in questa intervista saranno analizzati a fondo, con la tecnica, i giudizi sui piloti MotoGP, il mancato rinnovo di Bautista e l'arrivo di Scott Redding in SBK), ma…

Per dire chi è Paolo Ciabatti, e per spiegare come interpreta il suo ruolo di Direttore Sportivo Ducati Corse, non inizieremo dal suo impegno nei mondiali MotoGP e Superbike (campionati che comunque in questa intervista saranno analizzati a fondo, con la tecnica, i giudizi sui piloti MotoGP, il mancato rinnovo di Bautista e l’arrivo di Scott Redding in SBK), ma partiremo raccontandovi come parla di lui chi corre con le versioni R di Borgo Panigale, in qualsiasi campionato nazionale o internazionale.

Ogni volta (ogni volta davvero) che intervistiamo un team principal o il manager di una squadra, a un certo punto del colloquio c’è una frase che è quasi una formula di rito: “Di questo progetto – dice in sostanza l’intervistato riguardo a ciò di cui trattiamo – ne abbiamo parlato con Ciabatti, quindi andiamo avanti”.

Da quel momento in poi sappiamo che stiamo facendo sul serio, che quella data cosa si farà; nel tono dell’interlocutore la fierezza dell’approvazione di Ducati, ma soprattutto dell’intesa con una persona – e quindi con una Casa – la cui parola vale più di un atto notarile.

Altra considerazione: questo semplice racconto spiega più di mille dichiarazioni la filosofia di Borgo Panigale per le corse: non è importante su quale pista, in quale strada e in quale paese tu stia correndo, non importa con quale motore desmo; se lo stai facendo stai contribuendo a una grande storia corale e il tuo impegno varrà sempre l’attenzione di Ducati.

Questa nostra esperienza l’abbiamo raccontata allo stesso Ciabatti – torinese, 61 anni, prima volta in Ducati dal 1997 al 2007, poi di nuovo nel 2013, Direttore Sportivo di Ducati Corse da 6 anni – prima dell’intervista a Misano nel weekend di gara della MotoGp.

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Michele Pirro in piena azione in una delle occasioni in cui, come wild card, ha preso parte a una gara della MotoGp: una giusta ricompensa per un pilota estremamente veloce che Ducati “sacrifica” in un ruolo di scarsa visibilità, ma di fondamentale importanza per la sua attività agonistica, ovvero quello di collaudatore di tutte le novità che i tecnici di Ducati Corse mettono a punto per l’evoluzione della moto ufficiale.

Per Ducati, e per noi che la raccontiamo, l’insieme dei campionati cosiddetti minori rappresenta qualcosa di molto importante, forse al pari – e in qualche modo anche di più – degli impegni nei mondiali. Con la V4R abbiamo avuto una svolta epocale per le derivate di serie. Qual è il giudizio su questa moto? Quali sono i campionati dove sta dando le maggiori soddisfazioni, come sta funzionando e che margini di sviluppo ha?

“La Panigale V4 R – inizia Ciabatti – racchiude il massimo della tecnologia sviluppata da Ducati, anche sull’esperienza di anni in MotoGP: porta nella forma le alette della Gp16, perché è il tipo di soluzione di quell’anno, e ha tantissimi contenuti tecnologici. Ha esordito in modo sorprendente in Superbike, abbiamo vinto le prime 11 gare con Alvaro Bautista, poi le cose non sono andate come sperato, ma la moto è estremamente competitiva: motore molto generoso, velocità massima superiore alle concorrenti. Anche negli altri campionati ha dimostrato di essere la moto di riferimento. Nel British Superbike i nostri piloti a questo punto del campionato sono ai primi tre posti, con Josh Brookes e Scott Redding del team PBM primo e secondo, e terzo Tommy Bridewell che ha vinto la prima gara su Ducati a Oulton Park; è un campionato importante, il pubblico del BSB a volte è superiore al mondiale SBK, con una moto diversa perché usa la centralina unica MoTeC e non ha i controlli elettronici delle moto di serie e del mondiale: quindi niente traction control e antiwheeling. Si corre su circuiti ‘da uomini veri’, i nostri piloti e le nostre squadre hanno interpretato al meglio questa moto. Nell’italiano, con Pirro, ci stiamo ripetendo; è vero che Michele come pilota fa la differenza, ma il team Barni, nostro riferimento, sta facendo benissimo, e con Motocorsa hanno portato all’esordio la V4 R nel miglior modo anche nel CIV, dove c’è ancora un altro regolamento, praticamente Superstock con elettronica più libera. Siamo negli Stati Uniti in MotoAmerica con un team a conduzione familiare che stiamo cercando di supportare, con Kyle Wyman che ha iniziato con una moto standard: gli abbiamo fornito l’elettronica del CIV dopo alcune gare, poi un motore preparato da Barni e infine è riuscito a partire nelle prime file e chiudere sesto in gara. Abbiamo anche una moto in Francia con David Muscat, un veterano: siamo riusciti a fornire anche a lui elettronica e un motore più performante ed è salito sul podio. Non riusciamo a seguire i campionati come fanno le giapponesi, i numeri delle filiali sono diversi, ma siamo molto soddisfatti dell’esordio della V4 R”.

Un futuro nell’Endurance?

“Da questa stagione ci sono due squadre tedesche private con la V4 R nel mondiale Endurance, una ha iniziato al Bol D’Or a settembre 2019 e l’altra alla 24 Ore di Le Mans nel 2020: due buone squadre, una avrà un supporto particolare con materiale Superbike che riteniamo possa essere utilizzato con successo anche in Endurance, ma per ora restano impegni privati a cui Ducati fornirà supporto. In futuro vedremo. Adesso siamo così impegnati in MotoGP e SBK e non possiamo distogliere risorse tecniche, anche se l’Endurance è affascinante e c’è una gara più affascinante delle altre, la 8 Ore di Suzuka, territorio di caccia delle case giapponesi: ma un’eventuale partecipazione ufficiale in futuro dovrà essere preparata con un programma specifico. Che per ora non c’è”.

Restiamo con le derivate di serie, nel mondiale SBK. Ecco uno dei grandi misteri del Motorsport: cos’è successo con Alvaro Bautista?

“Non è facile spiegare cosa è successo ad Alvaro: è passato da essere vincente con una facilità estrema in circuiti molto diversi, ad avere delle cadute da Jerez in poi in situazioni in cui era chiaramente al comando, con ampio margine, senza né ragioni tecniche particolari né altre ragioni identificate chiaramente. Ce lo chiediamo ancora e credo che se lo chieda ancora anche lui. In queste occasioni, Alvaro è scivolato perdendo l’anteriore, a parte la caduta di Donington con highside per le condizioni insidiose della pista. Per fortuna, nonostante la spalla ancora dolorante dopo Laguna Seca, è riuscito a fare delle belle gare e vincere a Portimao, a dimostrazione che comunque possiamo ancora provare a fare bene con lui fino alla fine di questa stagione. Poi, ahimè, ci saluteremo, perché Alvaro ha ricevuto un’offerta importante da Honda e ha ritenuto di accettarla”.

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Stranissima la fugace avventura di Bautista in sella alla Panigale V4 nel mondiale SBK: dopo un inizio sfolgorante, con una serie impressionante di vittorie consecutive, il pilota spagnolo si è completamente perso nella parte successiva della stagione, consentendo così a Rea di conquistare l’ennesimo titolo nella categoria.

Non era possibile fare niente? Era un’offerta inarrivabile?

“Facciamo le corse mettendo tutte le risorse che abbiamo per ottenere il miglior risultato possibile; anche per i piloti facciamo delle offerte che ci sembrano di livello adeguato rispetto al campionato in cui il pilota deve correre, ma devono anche essere compatibili con i nostri budget. La nostra offerta era per un contratto biennale con una parte di fisso e una parte di premi molto interessante, ma evidentemente è stata ritenuta inadeguata dal nostro pilota. Un’altra Casa ha deciso di entrare in Superbike con una nuova moto e, per assicurarsi un pilota che ha dimostrato di essere estremamente competitivo, ha potuto mettere sul tavolo non solo un progetto evidentemente interessante, ma anche un’offerta economica molto significativa. Noi con i budget siamo arrivati fin dove potevamo, di più non siamo stati in grado”.

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Certo, Andrea Dovizioso avrebbe avuto lo stesso poche chance di contrastare un fortissimo Marquez, però la fortuna non è stata certo dalla sua parte, come testimonia la paurosa caduta, nel Gran Premio di Silverstone, avvenuta a seguito dell’errore di Quartararo. Resta il fatto che Ducati in MotoGp forse ha fatto un piccolo passo indietro rispetto alla scorsa stagione, considerata l’efficacia delle Yamaha su molte piste: Tutte considerazioni che comunque lasciano il tempo che trovano, vista la presenza sulle piste di un vero marziano!

E’ un peccato perdere un sodalizio che nonostante i problemi ha dimostrato di funzionare bene.

“Assolutamente, non era il nostro obiettivo. E’ proprio perché credevamo nel progetto con lui che avevamo messo sul tavolo un’offerta biennale 2020-2021, mentre il contratto di Chaz, che era biennale, scade alla fine del 2020”.

E’ stata una semplice trattativa che non ha funzionato?

“Una trattativa lineare che non ha trovato un punto d’incontro, perché evidentemente il pacchetto complessivo messo sul tavolo da Honda è stato ritenuto da Alvaro più interessante o vantaggioso del nostro”.

Quindi Scott Redding.

“Sì, abbiamo deciso di dare la possibilità a Scott Redding di fare il mondiale Superbike. Nel BSB finora ha vinto sette gare ed è secondo a tre punti da Josh Brookes, principalmente perché è stato buttato per terra un paio di volte. E’ un pilota che conosciamo bene, perché ha corso con noi con Pramac in MotoGP e sta facendo molto bene al suo primo anno in BSB; il British è un campionato particolare, di solito va forte chi ci corre da molti anni, perché i nuovi piloti ci mettono un bel po’ ad avere il passo dei primi, vediamo, ad esempio, cosa sta facendo Xavi Fores. Quello che ci ha convinto è che invece Scott, scendendo dalla MotoGP dopo un anno difficile con l’Aprilia, è arrivato e già a questo punto del primo anno è nelle posizioni di testa in campionato. Ha dimostrato non solo di aver preso in mano molto bene la Panigale V4, quindi di saper passare da una MotoGP a una Superbike senza troppi problemi, come peraltro fatto da Alvaro nel mondiale, ma di avere imparato in fretta piste che non tutti riescono a interpretare nel primo anno”.

Abbiamo intervistato il suo capotecnico nel BSB, Giovanni Crupi: si è detto assolutamente convinto del talento e della serietà del lavoro di Redding, al di là del personaggio.

“Beh, forse è un po’ matto, Scott è al di fuori dagli schemi e gli piace molto scherzare: io credo che al mondiale Superbike un personaggio così possa solo far bene, ovviamente senza nessun eccesso. La SBK è piena di bravissimi piloti, ma uno che per il suo modo di essere, e anche per i suoi tatuaggi, riesca ad avvicinare un pubblico più vasto può essere solo positivo. Al di là di questo, Scott è un professionista molto serio e secondo me affronterà i prossimi due anni – ha un contratto biennale – con lo spirito giusto. Ha detto che non pensa di essere il favorito per il titolo il prossimo anno, perché sa che comunque ci saranno Johathan Rea, Alvaro Bautista e il suo compagno di squadra Chaz Davies sicuramente competitivi, però arriva convinto di poter far bene, così come siamo convinti anche noi”.

Passiamo alla MotoGP, d’altronde siamo qui a Misano per questo. Un primo bilancio a questo punto della stagione, anche rispetto alle due precedenti: c’è qualche tensione in più?

“Onestamente direi di no. E’ chiaro che non siamo contenti di essere sempre secondi, perché non è il nostro obiettivo. Nel 2017, in modo per molti sorprendente, Andrea Dovizioso ha vinto sei gare e si è giocato il campionato fino all’ultima corsa; l’anno scorso ne ha vinte quattro e ha chiuso le sue chance con la caduta in Giappone, mentre lottava con Marquez per la vittoria che avrebbe tenuto aperto il campionato; quest’anno siamo di nuovo secondi e terzi con Danilo. Però la nostra ambizione, e anche l’ambizione di Andrea, non è questa. Non si può recriminare troppo su quello che è successo, ma è chiaro che senza le due cadute a Barcellona e a Silverstone, che sono molto pesanti e senza nessun tipo di colpa da parte nostra e men che meno di Andrea, avremmo avuto un campionato più aperto, avremmo lottato fino all’ultimo, perché in entrambe le gare avremmo potuto puntare al podio e forse anche al gradino più alto. Purtroppo, però, questi punti li abbiamo persi. D’altra parte è chiaro che abbiamo a che fare con uno come Marquez, un pilota eccezionale, competitivo in tutte le condizioni e su tutti i circuiti e sempre in lotta per la vittoria; avere come avversario un pilota così, ahimè, è una di quelle situazioni che cambiano la storia del motociclismo. Non è detto che sia imbattibile, perché sia noi che Rins abbiamo dimostrato che si può battere anche nel corpo a corpo all’ultima curva, ma quando non vince arriva secondo ed è sempre in lotta per la vittoria, ed è così che si vincono i mondiali. Noi abbiamo vinto delle gare, abbiamo portato Danilo Petrucci a vincere in modo fantastico la sua prima gara in MotoGP al Mugello, però abbiamo avuto anche delle gare in cui abbiamo fatto quarto e quinto, o peggio, e purtroppo così si perdono punti rispetto a questo pilota così speciale”.

Al di là dell’avversario Marquez, quest’anno la moto com’è? Lo scorso anno sembrava avesse raggiunto una completezza quasi esemplare rispetto anche alla concorrenza. Quest’anno invece sembra che manchi un po’ di velocità in curva, è stato detto dai piloti e in qualche modo forse confermato dai tecnici.

“E’ chiaro che ogni anno si lavora per migliorare globalmente la moto, soprattutto nelle aree dove si ritiene di non avere le stesse prestazioni dei concorrenti. Ma ovviamente non siamo solo noi a fare questo lavoro: Honda, ad esempio, per loro stessa ammissione, ha lavorato molto sul motore per guadagnare velocità rispetto allo scorso anno, e questo ha reso le nostre prestazioni, come la velocità di punta, in linea con le loro; noi abbiamo sempre avuto delle doti particolarmente efficaci nel motore molto generoso, quindi nella velocità di uscita di curva e nella velocità massima, oltre che nella frenata. In certe situazioni, su alcuni circuiti, la velocità di percorrenza in curva della nostra moto non è al livello di alcune concorrenti, però la moto è un complesso a 360 gradi per cui va trovato il miglior compromesso possibile: ci sono moto che girano di più in curva, ma che poi sono carenti nelle prestazioni pure o in velocità, altre che hanno delle caratteristiche diverse. Guardando i risultati siamo convinti che Ducati sia una delle migliori moto in MotoGP: abbiamo vinto con Dovizioso e Petrucci e fatto podio con Jack Miller, tutti e tre i piloti che guidano le GP19. In casa dei nostri avversari la situazione è diversa, se guardiamo la seconda Honda in campionato troviamo Cal Crutchlow nono. Credo che questo possa essere un metro per giudicare il livello della moto, al di là del fattore Marquez. Peraltro il livello della MotoGP continua ad alzarsi ogni anno, ci sono moto e piloti particolarmente competitivi: sicuramente la Suzuki con Rins, magari non su tutti i circuiti; la Yamaha ha migliorato la competitività, anche se con prestazioni altalenanti, e ha trovato un pilota giovane, il rookie Fabio Quartararo, che su una moto meno performante di quelle ufficiali si sta esprimendo al massimo. E’ un campionato molto più equilibrato come piloti e moto, che però ha la costante di Marquez in lotta per il podio e quasi sempre per la vittoria”.

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Francesco Bagnaia, a fronte delle tante aspettative sul suo conto, ha avuto una stagione forse un po’ troppo complicata. Resta
il fatto che non si possono sottovalutare le difficoltà dell’esordio in una categoria difficile come la MotoGp, oltre tutto in sella
alla vecchia versione della Ducati, ovvero la GP18. Bagnaia è quindi atteso, nel 2020, a dimostrare tutto il suo valore, visto che ormai non è più un rookie e che avrà a disposizione la versione aggiornata della quattro cilindri di Borgo Panigale.

Infine un giudizio sui vostri quattro piloti MotoGP, di Pramac e del team Ducati, iniziando da Pecco Bagnaia che ha dimostrato di aver bisogno di un po’ più di tempo.

“Bagnaia è un pilota in cui noi crediamo tantissimo: lo scorso anno in Moto2 è stato il pilota di riferimento e, dopo un inizio di stagione con test molto positivi, ha iniziato a faticare più del previsto, sia di quanto si aspettasse lui che di quanto ci aspettassimo noi. Evidentemente la Ducati, così come la Honda, non è la moto più semplice per un rookie”.

Le quattro in linea forse sono più facili.

“Lo dimostrano i fatti, lo dimostra la storia, Zarco quando ha esordito con la Yamaha, Mir, Quartararo quest’anno, anche se ovviamente sta facendo molto più di quanto ci aspettiamo da un rookie; però sembra che gli esordienti su moto con 4 cilindri a V facciano un po’ più di fatica. Stiamo lavorando per dare a Bagnaia quel feeling che ancora gli manca in certe situazioni, perché pensiamo che sia un pilota con un grande talento e con un grande futuro. La stagione fino ad oggi non ha rispettato le aspettative né nostre né sue, però per fortuna saremo assieme anche il prossimo anno, quando lui avrà una moto 2020 come gli altri piloti ufficiali e come Miller; continuiamo a credere che ci sia solamente da lavorare senza perdere fiducia nelle proprie capacità perché il talento lui ce l’ha e la moto è competitiva, anche se in tutta onestà va detto che Pecco è sulla moto dell’anno scorso, sicuramente ottima, ma non al livello della GP19; il prossimo è l’anno in cui ci aspettiamo che sia costantemente tra i più veloci”.

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Jack Miller si è senz’altro dimostrato pilota veloce e consistente, ma soprattutto in
evidente crescita: infatti, nel finale di stagione ha infilato una serie di prestazioni ottime, spesso risultando, insieme a Dovizioso, il pilota Ducati più veloce in pista. Naturale quindi che molti appassionati lo vedrebbero bene e al più presto nel team ufficiale Ducati.

Jack Miller?

“Miller è un pilota che ci piace molto, è ancora giovane anche se ormai è in MotoGP da 5 anni: ha dimostrato di essere velocissimo, è un pilota anche divertente, non solo per come guida, ma perché si vede che si diverte ad andare in moto; sta continuando a maturare, nessuno mette in dubbio il suo talento e le sue doti, ma deve ancora migliorare la sua costanza in gara. E’ però un altro pilota in cui crediamo molto. Lui ha 26 anni, Pecco ne ha 22, sono piloti con ancora tanti anni di carriera. Aver deciso con Pramac di fare assieme lo sforzo per dare a entrambi la stessa moto dei piloti ufficiali nel 2020 dimostra la nostra massima fiducia: è un impegno tecnico ed economico importante e lo abbiamo fatto perché vogliamo metterli in condizione di dimostrare tutto il loro talento”.

Petrucci.

“Danilo è un pilota a cui vogliamo tutti un gran bene, si è guadagnato il posto nella squadra ufficiale e anche la conferma, ha iniziato la stagione come ci aspettavamo con un crescendo che ha portato alla splendida vittoria al Mugello; nelle ultime gare ha perso un po’ la strada, ma nei test ha lavorato bene col suo capotecnico e la squadra. Ci aspettiamo che da adesso alla fine del campionato torni a lottare per le prime cinque posizioni, e quando possibile per il podio, che è quello che gli abbiamo chiesto a inizio stagione e che ci aspettiamo da lui, come sostanzialmente ha fatto nella prima metà del campionato. Probabilmente Danilo continua a sentire un po’ troppo la pressione che lui stesso mette sulle aspettative. Sia con lui che con Andrea dobbiamo partire più avanti in griglia, perché partendo indietro ci si trova spesso coinvolti in situazioni, come a Silverstone, che fanno perdere tanto tempo, e superare oggi in MotoGP senza stressare le gomme è difficile”.

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Anche per Petrucci una stagione double face: nella prima parte della stagione ottimi risultati, fra cui spicca senz’altro la stupenda vittoria del Mugello, mentre nei rimanenti gran premi il forte pilota ternano si è un po’ perso, arrivando spesso anche dietro i piloti del Team Pramac. Forte di una riconferma anche per la prossima stagione, ora Danilo deve dimostrare che non è una semplice seconda guida, ingaggiata solo per non creare dissidi e dissapori all’interno del box: il suo compito sarà quindi quello di confermarsi pilota efficace e coraggioso, lottando sempre per i primi posti della classica.

Il Dovi.

“Dovizioso è una certezza, è un pilota costantemente davanti e infatti è secondo in campionato anche quest’anno; credo che la vittoria in Austria abbia dimostrato che non è solo capace di difendersi da Marquez all’ultima curva, ma anche di portare con successo un attacco del genere. Non è banale, la gara di Andrea in Austria è da incorniciare, non solo perché per Ducati è il quarto successo in quattro anni su quella pista, ma perché ha dimostrato di avere quel guizzo folle che non ti aspetti da un pilota razionale com’è Andrea. Anche lui, e anche noi con lui, dobbiamo migliorare in qualifica, perché spesso non siamo riusciti a partire sufficientemente davanti per poterci agganciare al gruppo di testa fin da subito. Dover sorpassare troppi piloti per riagganciare i primi può essere deleterio per la gestione della gara e quindi dobbiamo cercare di partire sempre in prima o seconda fila e poi in partenza avere uno scatto particolarmente efficace. E’ importante quindi evitare di trovarci in situazioni come quella di Silverstone, dove se fossimo partiti una fila avanti probabilmente non avremmo avuto il problema dell’incidente con Quartararo”.

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Certo, Andrea Dovizioso avrebbe avuto lo stesso poche chance di contrastare un fortissimo Marquez, però la fortuna non è stata certo dalla sua parte, come testimonia la paurosa caduta, nel Gran Premio di Silverstone, avvenuta a seguito dell’errore di Quartararo. Resta il fatto che Ducati in MotoGp forse ha fatto un piccolo passo indietro rispetto alla scorsa stagione, considerata l’efficacia delle Yamaha su molte piste: Tutte considerazioni che comunque lasciano il tempo che trovano, vista la presenza sulle piste di un vero marziano!

Foto di Andrea Bardi e Ducati Corse

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