Stanley Hailwood: il padre ingombrante di Mike the Bike

Stanley Hailwood: il padre ingombrante di Mike the Bike

Sir Stanley Hailwood, padre di Mike the Bike, che anche grazie alla passione del padre per gli sport motociclistici è diventato poi una leggenda, era un uomo a cui non si poteva dire di no.

La vera storia di Sir Stanley Hailwood

Che tipo doveva essere il buon Stanley: guardate con che piglio e grinta espone la lavagna a suo figlio. A proposito, cosa significherà quella scritta? Sotto, la classica foto che lo rappresenta con suo figlio e il meccanico della Ducati, Oscar Folesani. Notare la coppa: è più grande della moto!

Sir Stanley Hailwood, padre di Mike the Bike, che anche grazie alla passione del padre per gli sport motociclistici è diventato poi una leggenda, era un uomo a cui non si poteva dire di no. Nella sua vita lo ha dimostrato in mille occasioni: ha ottenuto quasi sempre quello che voleva impiegando, a seconda dei casi, massima determinazione e anche il suo ingente patrimonio.

Ha fatto di tutto per consacrare suo figlio come pilota: ma Mike ne aveva bisogno?


Un grave incidente lo aveva reso zoppo togliendogli così ogni possibilità di affermarsi come pilota, ma l’immensa passione che nutriva per auto e moto non poteva essere fermata in alcun modo e anche per questo decise che il figlio Mike doveva diventare campione del mondo. 

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Si comportò di conseguenza e appena Mike fu in grado di gareggiare, anche grazie alle sue notevoli doti, iniziò a portarlo su tutte le piste del Regno Unito fornendolo dei migliori mezzi da gara e dei tecnici più esperti.

Il suo comportamento gli attirò ovviamente le antipatie di mezza Inghilterra perché appena Mike finiva battuto solo perché il vincitore disponeva di una moto di qualità superiore Sir Stanley si presentava nel garage del vincitore, a gara appena conclusa, e offrendo cifre fuori portata per tutti acquistava la moto protagonista e spesso ingaggiava anche il meccanico che l’aveva sviluppata e curata. Mike si trovava così a gareggiare sempre con i mezzi migliori e contro avversari costantemente penalizzati.


Un grande merito, comunque, il giovane Mike Hailwood l’ha sempre avuto, quello di saper improvvisare in sella ad ogni moto che il padre gli forniva: il grande talento che lo sorreggeva gli ha consentito di adattarsi fulmineamente a ogni mezzo che gli passava per le mani.

Non era, a detta dei meccanici, un grande collaudatore, e ancora meno uno pilota collaudatore e sviluppatore di mezzi, ma si poteva stare certi che dalla moto su cui saliva avrebbe spremuto il 110% del potenziale su ogni tipo di pista e in qualsiasi condizione atmosferica. La serie incredibile di trionfi al TT ne è la dimostrazione lampante.

Nella villa-castello degli Hailwood a Oxford era stata realizzata un’officina degna dei migliori reparti corse delle case ufficiali in cui lavoravano numerosi meccanici, ognuno specializzato per un marchio. Mike, infatti, da giovane gareggiava in sella a numerose marche, inglesi e non, e di tutte aveva i ricambi più avanzati e specialisti affermati impiegati nel ripristino post gara e nello sviluppo.

Il gruppo Hailwood aveva poi accesso a ogni elaborazione fatta dalla case perché Sir Stanley costringeva i marchi più prestigiosi a fornirgli ogni particolare vincente, ogni sviluppo, sia pagando cifre elevate, sia per la forza commerciale di cui disponeva. Era titolare infatti della maggior catena di negozi del Regno Unito (comprese anche le colonie che allora andavano dall’India all’Australia) di vendita, assistenza di moto e accessori: nessun costruttore aveva il coraggio di negargli qualcosa. Chi ci aveva provato era poi stato costretto a chiedergli scusa dopo aver perso milioni di sterline.
La sua strapotenza si manifestava anche con comportamenti per certi versi marginali, ma illuminanti.

Durante un giro di affari in Sudafrica aveva alloggiato in un hotel di gran lusso che però lo aveva deluso: nonostante le sue rimostranze, il trattamento non era migliorato, anzi, si era arrivati a scontri verbali pesanti con la direzione. Seccatissimo per il trattamento ricevuto e per la poca considerazione mostrata nei suoi confronti, contattò il proprietario dell’hotel chiedendo che il direttore fosse immediatamente licenziato, ma questo suo desiderio non fu esaudito, pur tra mille scuse.

Senza perdersi d’animo, Sir Stanley ricontattò la proprietà, offrì una cifra elevatissima a cui non si poteva resistere e acquistò in pochi giorni l’albergo. Ovviamente per prima cosa licenziò il direttore e i suoi collaboratori poi, sbollita la rabbia, proseguì il viaggio di affari. 

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Che tipo doveva essere il buon Stanley: guardate con che piglio e grinta espone la lavagna a suo figlio (foto della pagina precedente). A proposito, cosa significherà quella scritta? Accanto, la classica foto che lo rappresenta con suo figlio e il meccanico della Ducati, Oscar Folesani. Notare la coppa: è più grande della moto!

Dopo qualche mese rivendette l’hotel a una catena alberghiera, ottenendo anche un buon guadagno. La catena alberghiera infatti aveva tentato più volte di acquistare l’hotel, ma non ci era mai riuscita perché il vecchio proprietario non voleva che il suo albergo finisse nelle mani di una multinazionale. Ci pensò Sir Stanley a trovare la quadratura del cerchio.

Stanley Hailwood aveva anche la fissazione di apparire sempre e comunque come protagonista e di far sapere a tutti che ogni decisione su quanto avveniva nella sua scuderia era attuata solo dopo il suo preventivo benestare: per ribadire il concetto era presente a ogni gara in cui correva Mike. Al Tourist Trophy, ad esempio, è stato l’unico proprietario di scuderia a sfilare coi piloti: la tradizione vuole che alla partenza del TT i piloti vengano presentati e si sistemino al via chiamati uno per uno dallo speaker. Il pilota insieme al meccanico di fiducia che porta la moto sfila sul rettifilo di arrivo e si sistema sulla linea di avvio. Solo lui pretese e ottenne di fare la passerella insieme al figlio Mike, al meccanico Folesani e alla Ducati che poi vinse la gara.

La mania ossessiva di far vincere sempre e comunque Mike lo portava anche a eccessi inspiegabili: nel 1959, Mike dominò, come accadeva da anni, quasi tutte le gare disputate sui circuiti del Regno Unito, aggiudicandosi il primo posto anche in più categorie nel corso della stessa giornata.

Insieme a lui correva Chadwick, pilota ufficiale Ducati, che con Hailwood e lo svizzero Taveri disputava anche il Mondiale. Chadwick parlando apertamente col meccanico di fiducia di Mike, Oscar Folesani, che curava le Ducati di Mike the Bike, gli disse se per favore poteva chiedere a Mike di lasciargli vincere una gara: arrivava sempre secondo o terzo alle sue spalle e aveva ormai il morale sotto i tacchi; non aveva però il coraggio di chiedere il favore direttamente a Mike e meno che meno a suo padre.

Folesani promise che avrebbe fatto da tramite e parlò con Mike che senza battere ciglio gli concesse la chance. Ovviamente al padre non fu detto nulla. La gara in cui si doveva attuare il regalo stava per concludersi e Mike, che era in testa, si apprestava a far passare Chadwick, quando avvenne ciò che tutti temevano.

Sir Stanley, non si seppe mai come, apprese nei box della disponibilità del figlio nei confronti di Chadwick, così, a due giri dal termine, mentre Mike con Chadwick incollato alla ruota stava transitando davanti ai box, saltò in pista come una furia, urlando frasi irripetibili, alzando un pugno al cielo, mentre con l’altra mano agitava minacciosamente il cappello verso il figlio e Chadwick che lo sfiorarono sul rettilineo dei box: i due capirono immediatamente cosa significava quel comportamento e immaginarono anche le disastrose conseguenze che ne sarebbero derivate a entrambi se avessero portato a termine lo scambio di posizioni. Così Mike Hailwood finì ancora una volta primo e Chadwick si dovette accontentare dell’ennesimo secondo posto.

Ma questa “prepotenza”, a volte, gli procurò anche dei dispiaceri: alla vigilia del TT del 1958, Mike era come sempre favoritissimo. La sua Ducati cinque marce era quasi imprendibile e anche le Ducati ufficiali non riuscivano a stargli dietro, nonostante avessero addirittura una migliore curva di erogazione della potenza, sfruttando un cambio a sei velocità.

Hailwood padre andò da Folesani, che stava lavorando nell’officina della loro scuderia, ubicata nell’hotel dove c’era anche Duke, e gli disse che doveva assolutamente farsi dare un cambio a sei marce ufficiale dalla squadra Ducati per rendere ancora più competitiva la moto di Mike.

Vale la pena precisare che il gruppo Hailwood, nonostante al TT ci fosse la squadra ufficiale Ducati, aveva un proprio garage, perché si voleva tenere le distanze dal team di Borgo Panigale, non desiderando che ci fossero troppe contatti in occasione delle gare.

Folesani gli fece notare che la moto di Mike andava da sogno, era quasi perfetta, non valeva la pena variare cambio e assetti ottimali rischiando sgradite sorprese. Ma lui non accettava rifiuti e lo costrinse ad eseguire i suoi ordini: sulla moto di Mike fu così montato il cambio a sei marce che Folesani aveva ottenuto dai suoi colleghi della squadra ufficiale Ducati, ma fu proprio il cambio a tradire Mike the Bike che, dalla terza posizione, stava rimontando e si apprestava a dare l’assalto finale alla vittoria. Fu questa l’unica gara persa per motivi extra tecnici dalla coppia Hailwood-Folesani durante i tre anni di lavoro insieme.

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Mike Hailwood in piena azione al TT.

IL CASTELLO DI MIKE HAILWOOD

La villa-castello di Oxford della famiglia Hailwood si poteva considerare un centro polifunzionale, perché svolgeva al meglio moltissimi compiti. Prima di tutto era abitazione di gran lusso per i suoi nobili proprietari, che vivevano tra mobili, quadri, librerie, statue di gran pregio e tutto ciò che un maniero di quel livello poteva offrire. Il castello era stato ovviamente progettato centinaia di anni prima e racchiudeva una zona padronale ricca di stanze e saloni per ricevimenti e una zona servitù, dove un nutrito stuolo di collaboratori familiari lavorava per assicurare ai padroni e ai loro ospiti il massimo comfort.

Oltre a tutto ciò che poteva servire a una famiglia il cui “capo” si fregiava del titolo di baronetto, nella villa esistevano altre zone meno tradizionali ma altrettanto importanti: nella zona servitù, infatti, erano alloggiati anche i numerosi meccanici che per alcuni mesi l’anno vivevano nel castello col compito tassativo di tenere al massimo livello competitivo la grande collezione di moto da gara di Mike. Esisteva una netta distinzione nel lavoro dei meccanici fatta in base ai mezzi che dovevano curare: Oscar Folesani si occupava solo delle Ducati, altri meccanici lavoravano su Norton, AJS, Matchless e così via.

L’impegno nel Regno Unito per Folesani durava circa tre mesi, con qualche rientro in Italia per prendere pezzi di ricambio, nuove moto o tutto ciò che era necessario anche sul piano degli attrezzi: i ritorni a Borgo Panigale avvenivano sempre quando tra le gare inglesi e quelle del Mondiale si apriva un “buco” di due settimane; in caso contrario, dai circuiti si rientrava a Oxford e si cominciava a preparare la moto per la gara successiva.

Ma a Oxford non si lavorava soltanto: ai meccanici era consentito svolgere attività collaterali come passeggiate a piedi, in bici, in moto e auto nel vastissimo parco in cui il complesso era inserito.

Per gli appassionati erano possibili anche uscite a cavallo, caccia ai numerosi fagiani che arrivavano fin sotto casa, pesca nei fiumi vicini, partite a calcio, cricket e badminton. Si poteva partecipare, stando però defilati, anche alla caccia alla volpe che impegnava la nobiltà del luogo. Chi voleva lasciare il castello poteva recarsi a Oxford, città universitaria ricca di vita con pub, ristoranti, cinema, stadio del football, centro canottaggio e locali di vario genere.

Esisteva anche la possibilità di uscite a Londra e dintorni guidate e dirette dallo stesso Sir Stanley o dal suo collaboratore fidato mister Holly, un soggetto stranissimo, segaligno, sempre molto compito e taciturno, che aveva l’abitudine di ingollare in una mattinata dai dieci ai quindici bicchieri di whiskey senza accusare cedimenti fisici: si comportava così da anni, i whiskey rappresentavano la sua colazione mattutina.

Le uscite a Londra avvenivano preferibilmente su Rolls Roice o Bentley, e si trattava di “scampagnate” sempre molto piacevoli, perché i meccanici venivano portati nei migliori locali, completamente spesati. La disponibilità economica per loro era notevole: la famiglia Hailwood dava premi ai meccanici in caso di vittoria e vista la bravura di Mike era quasi routine. Infine, vi era il piacere di lavorare all’interno di un’officina che nulla aveva da invidiare ai reparti corse delle grandi case. Facile capire, quindi, come per i meccanici Ducati dell’epoca fosse molto ambita la possibilità di lavorare con un uomo e un pilota delle qualità di Mike Hailwood.

LA GENEROSITA’ DI MIKE

Forse anche perché il castello di Oxford era ormai stracolmo di coppe e trofei, Mike Hailwood non teneva in maniera particolare a incrementarne la dotazione, specie se si trattava di prove non valide per il Mondiale. Così in una gara in Germania, pur vincendo, tornato nei box dopo la premiazione, chiese a Folesani se voleva in regalo la coppa che gli avevano appena consegnato. La scena avvenne sotto gli occhi di un delusissimo Spaggiari che non era riuscito a salire sul podio.
 
Folesani colse al volo l’occasione, prese la coppa, ringraziò Mike e la girò immediatamente a Spaggiari, che fu ben lieto di riceverla.
 
Hailwood era un tipo molto alla mano e per nulla esigente, ai meccanici non faceva mai rimproveri e soprattutto non li ha mai accusati o insultati anche nelle rare occasioni in cui è stato costretto a ritirarsi per guasti meccanici. 

Anche nella messa a punto dei mezzi da gara non creava problemi, aveva pochi punti fermi e, quando le moto non erano al meglio, sopperiva con la sua immensa classe alle carenze meccaniche.
E’ stato uno dei pochi piloti che ha saputo fare davvero la differenza anche se non disponeva di mezzi vincenti: così, quando si è trovato in mano moto eccellenti come MV e Honda è diventato ovviamente campione del mondo.
La sua maggior dote era quella di riuscire a spremere tutto il possibile da ogni mezzo su cui saliva.

Spesso poi, signorilmente, versava ai meccanici l’intero premio gara; non aveva problemi economici, ma era comunque un bel gesto. La disponibilità di Mike era dimostrata anche dal tipo di vita che conduceva: pur essendo di altissimo rango, come persona e pilota, passava gran parte del suo tempo in officina e nei box e anche a gara conclusa era solito fare festa coi meccanici. Il suo stile non mutava anche quando le cose non andavano bene. 

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In questa rara immagine sono ancora raffigurati suo padre, il meccanico Folesani e un giovanissimo Mike.

Nella vita quotidiana sui circuiti mangiava tranquillamente col suo gruppo, discutendo non solo di gare e moto, e non mancavano le occasioni in cui lo radunava nel castello di Oxford per consolidare i rapporti personali.

La familiarità che improntava il mondo del motomondiale non l’ha poi ritrovata nella Formula 1, dove ha sfiorato la grande impresa che finora è riuscita solo a John Surtees, quella cioè di diventare campione del mondo in auto e moto.
Hailwood è stato più volte iridato in moto, ma non ha mai raggiunto il top in F1, pur dimostrando ottime doti di conduttore. Ha salito tutti i gradini, dalle serie minori fino alla massima formula, ottenendo il massimo in F2.

La morte improvvisa che lo ha rapito, ancora giovane come uomo e pilota, in un incidente stradale, gli ha negato la gioia di diventare il numero uno assoluto; affermazione per cui il vecchio Sir Stanley avrebbe dato l’anima.

Un destino crudele che ha comunque contribuito a farne la leggenda del TT. Un Mike the Bike invecchiato e relegato ai box forse non avrebbe avuto lo stesso fascino di quando volava, dominatore assoluto, verso il traguardo dell’Isola di Man.

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